C’è un momento preciso, a Siracusa, in cui il bianco della pietra smette di accecare e inizia a brillare di un oro sporco, quasi rosato. È l’ora in cui l’ombra del Duomo si allunga sulla piazza come un gigante stanco. Per un fotografo, quel momento non è solo “luce buona”: è una sfida. Perché la bellezza di Siracusa è prepotente, ti vuole rubare la scena, e il rischio è quello di scattare cartoline invece di raccontare persone. Scegliere di sposarsi qui, tra i vicoli di Ortigia o tra le rovine monumentali del Neapolis, significa accettare un patto con la storia.
Fotografare un matrimonio a Siracusa significa prima di tutto imparare a leggere il bianco. La pietra calcare è un riflettore naturale potentissimo. Se non sai domarla, brucia i lineamenti, cancella i dettagli degli abiti, appiattisce le emozioni.
Il mio approccio non cerca la perfezione della posa, ma il contrasto. Mi piace portare gli sposi nei vicoli più stretti di Ortigia, quelli dove i panni stesi fanno da cornice e l’odore del mare si mescola a quello del cucinato che esce dalle finestre basse. È lì che il “destination wedding” diventa vita vera. La foto perfetta non è quella davanti alla fonte Aretusa con mille turisti a fare da sfondo, ma quella rubata in un cortile interno, dove la luce filtra appena e il silenzio è interrotto solo dallo scatto della camera.
Tutti vedono la grandiosità di Piazza Duomo. Io preferisco cercare il riflesso di quella grandiosità negli occhi di un padre che accompagna la figlia, o nel modo in cui una mano cerca l’altra mentre il caldo della Sicilia orientale si fa sentire sulla pelle. Non serve aggiungere artifici, filtri pesanti o scenografie costruite. C’è già tutto. Il mio lavoro è togliere il superfluo: aspettare che il vento di scirocco muova il velo nel modo giusto, catturare il blu dello Ionio che entra prepotente tra un palazzo nobiliare e l’altro, lasciare che i neri delle ombre siano profondi, veri, senza paura di perdere il dettaglio.
Sposarsi a Siracusa è un atto d’amore verso il Mediterraneo. Il mio compito è restituire quell’amore in immagini che non siano solo “belle”, ma che abbiano lo stesso peso, la stessa grana e la stessa eternità della pietra siracusana.
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